Perché l’uomo più ricco al mondo non è Sostenibile

Partiamo da un dato che lascia stupefatti:

nel 2010, 388 miliardari controllavano un patrimonio pari a quello della metà più povera dell’umanità;

nel 2011 questo numero è sceso a 177;

nel 2012 a 159;

nel 2013 a 92;

nel 2014 a 80;

nel 2016 a 62;

nel 2017 a 8 persone:

alla fine del 2020 sarà solo UN individuo a possedere quanto la metà più povera dell’umanità.

Tutto nasce nel 2008 con l’avvento della crisi economica globale che, mentre la gente perdeva la casa e il lavoro, ha dato la possibilità ai miliardari di consolidare il loro dominio sull’industria. I corsi azionari sono crollati e pochi ricchi hanno potuto comprarsi l’economia a prezzi stracciati.

Da dove trae sostentamento la macchina del denaro?

Dal pianeta e dalla società: vediamo come e facciamo un passo indietro.

L’un per cento della popolazione (da ora chiameremo così i pochi miliardari o l’unico individuo di cui si è detto sopra) si è garantito, attraverso accordi di “libero scambio”, gli strumenti di manipolazione di massa e la “recinzione” dei beni comuni mediante i brevetti.

La polarizzazione economica, sbilanciando il potere di acquisto verso una parte ridotta di società, crea disuguaglianza, violenza e disgregazione sociale. Crea sradicamento, spossessamento, masse di profughi.

Crea nuove forme di colonizzazione economica riducendo in una sorta di schiavitù i lavoratori sfruttati che producono cibo-spazzatura, vestiti-spazzatura, media-spazzatura.

Nell’illusione di una crescita economica illimitata su un pianeta ecologicamente limitato, quando non ci sarà più bisogno di schiavi-lavoratori che compreranno la spazzatura che l’un per cento ci offre, chi produrrà consumi?

Quando la Terra sarà sfruttata e inquinata fino all’estremo limite e quando i sistemi che garantiscono la vita saranno distrutti, nessuno produrrà alcunché. Il circolo è vizioso.

Sfruttare, commerciare, possedere, distruggere, gettare via.

Il nuovo colonialismo economico ha portato alla violenta separazione delle persone dalla loro terra, dalle loro risorse, dai loro prodotti, con una sete continua di terra, acqua e risorse che alimenta l’economia estrattiva.

Il vecchio colonialismo si appropriava delle ricchezze delle società in Africa, in Asia e nelle Americhe per trasferirle in Europa.

Allo stesso modo in cui gli inglesi tassavano i raccolti nelle colonie, ora l’un per cento “tassa” tutti noi colonizzati attraverso la “proprietà intellettuale” a mezzo dei “brevetti” apposti sulle fonti, come ad esempio i semi.

Un esempio?

Kamut è un marchio registrato di proprietà dell’azienda americana Kamut

Kamut è un marchio registrato di proprietà dell’azienda americana Kamut che designa la “cultivar” di grano della sottospecie denominata Khorasan. Un grano che cresce in natura è stato registrato nel 1990 dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti con il nome QK-77 e ora la sua vendita è strettamente regolamentata da Kamut.

Ogniqualvolta compriamo un chilo di pasta Kamut, paghiamo una percentuale in più del dovuto a titolo di brevetto.

Così la conoscenza tradizionale viene travestita da innovazione e invenzione per poter essere privatizzata.

I proprietari della ricchezza piratata, attraverso un sistema economico predatorio, hanno costruito meccanismi giuridici per cautelarsi e tutelare quelli che sono beni in natura, ma che hanno reso beni propri.

Così facendo, i nuovi ricchi hanno sottratto ricchezza all’economia reale per creare un’enorme bolla di ricchezza finanziaria. In questo accumulo smisurato di ricchezza per pochi c’è il sistema “digitale” che estrae dati per se stesso (sapete che ogni parola che scriviamo in facebook diventa automaticamente proprietà intellettuale del suo proprietario?) e s’impossessa delle relazioni sociali scrutando ogni nostro atteggiamento e inducendoci a comprare e a comportarci come previsto dal sistema.

Le biotecnologie, le tecnologie dell’informazione e quelle finanziarie si sono combinate al servizio delle multinazionali per ridurre e modulare la nostra biodiversità.

Più siamo univoci e meno siamo manipolabili.

La vera conoscenza è, per sua natura, pluralistica, ma questo complica le cose a chi deve produrre in serie.

I beni di consumo vengono ancora prodotti e distribuiti, ma ad un costo sociale e ambientale altissimo, mentre le realtà locali, le economie, le piccole attività scompaiono, stritolate da un sistema fuori controllo.

Questo è il paradigma economico dell’1%.

E questa è la ragione per cui l’umanità sta vivendo una crisi fatta di disuguaglianze sempre più profonde, emarginazione, alienazione.

Cosa può fare il singolo individuo per sottrarsi alla macchina meccanicistica del Grande Capitale?

Possiamo riconoscerci come membri della comunità della Terra e comprendere che la Terra ha strabilianti capacità di rinnovamento e rigenerazione; e poiché siamo parte della Terra, e non separati da essa, ne condividiamo la capacità e il potenziale. 

La nostra coscienza di poter essere il cambiamento, che vogliamo vedere nel mondo, come diceva Gandhi, è la base su cui coltivare la speranza, l’amore e la compassione.

Ecco, dunque, la soluzione: ricominciare a vivere prendendoci cura della Terra e gli uni degli altri, rigenerando il pianeta e la nostra umanità.

Possiamo uscire per strada e comprare prodotti locali nei negozi, cibo sfuso nei mercati cittadini (sapete che un cavolfiore di supermercato è avvolto da una base in polistirolo, da una pellicola in plastica, dall’’etichetta, dalla colla per l’etichetta e dall’inchiostro della stampa?). Possiamo comprare prodotti stagionali direttamente dai produttori nelle strade di provincia, visitare le cantine e le aziende agricole, comprare libri in libreria per sostenere le piccole attività.

Se pranziamo fuori possiamo evitare i fast food e le catene delle multinazionali, che riconducono ai personaggi di cui sopra, e pranzare nelle realtà locali che offrono, anche ai prezzi della pausa pranzo, cibi locali, biologici e che non hanno percorso migliaia di chilometri per arrivare nel nostro piatto.

Bio’s Kitchen

Possiamo riprenderci il nostro tempo, anche quello del riposo, che il “Grande Capitale” ci ha rubato abituandoci docilmente a rimanere incollati al tablet nel nostro tempo libero, per fare gli acquisti che ha deciso per noi. Già, perché l’uomo più ricco al mondo sa quando riposiamo e cosa ci piace.

Ogni volta che apriamo il portafoglio stiamo facendo una scelta

Possiamo riprenderci la nostra umanità. Perché ogni volta che apriamo il nostro portafoglio stiamo facendo una scelta. Questo è il nostro potere di azione e la nostra capacità di affrancarci da chi vuole annientarci come individui liberi. Questo è Sostenere il pianeta e il buon cibo.

Non può esserci giustizia ambientale senza giustizia sociale.

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