Allevamenti intensivi. Dove?

Dagli allevamenti alla massiccia coltivazione della soia, un viaggio per comprendere come la produzione industriale di carne gravi sull’ambiente.

Stati Uniti, Brasile, Mozambico. È questo l’itinerario percorso da Enrico Parenti e Stefano Liberti, per raccontarci come la produzione industriale di carne sia la responsabile del 51% delle emissioni di gas serra nell’atmosfera. Ben oltre le emissioni prodotte dai trasporti e dall’industria.

Ma facciamo questo viaggio con loro, dall’inizio.

Stati Uniti. Come gli allevamenti influiscono sull’ambiente? 

North Carolina e gli allevamenti di maiali. In questo stato si concentra la maggior parte di allevamenti. 

Piccoli produttori? Non più. L’allevatore che viveva nella sua azienda agricola con la sua famiglia, il cane e gli animali è una figura che appartiene al secolo scorso o a film come La casa nella prateria.

Oggi i maiali sono allevati al chiuso, in capannoni chilometrici, a fianco di laghi immensi.

Non si tratta, però, del Mattamusket o del Norman Lake, bensì delle pozze dei liquami di milioni di animali, che si riversano nelle falde acquifere e inquinano le risorse idriche della popolazione. 

Non solo: parte dei liquami viene spruzzata sui campi adibiti a coltivazione, portando con sé pesticidi e antibiotici. Ciò rende impossibile la vita degli abitanti della zona, non solo a causa degli odori, ma soprattutto per le conseguenze sulla loro salute.

Come le corporation gestiscono il mercato della carne? 

I plurimiliardari proprietari delle quattro grandi corporation che controllano il mercato della carne non abitano le zone di allevamento, ma i palazzi di vetro, da cui gestiscono le integrazioni verticali. Di cosa si tratta?

L’integrazione verticale consiste nell’acquisizione delle aziende che si occupano di tutta la filiera produttiva, fino al trasporto del prodotto finito. In questo modo i piccoli produttori vengono stritolati da un sistema che li elimina, a patto che non diventino anch’essi parte della catena ai prezzi stabiliti dalle corporation. In alternativa, possono diventare produttori di carne biologica a un prezzo maggiorato del 50% o 60% sullo scaffale.

Anche le corporation sono, però, in vendita.

È il caso di Smithfield, la più grande acquisizione statunitense da parte di Shuanghui International Holding, di proprietà cinese. 

Smithfield controllava nel 2015 il 30% della produzione di carne in U.S.A. e, dopo il 1992, anno in cui lo stato cinese ha implementato i sovvenzionamenti alle aziende produttrici di carne, il consumo di carne interno aumenta del 30% ogni anno.

Brasile. Dove si produce la soia per alimentare gli animali?

Per capire come vengono nutriti 60 miliardi di animali, a scopo di consumo nel mondo, è necessario spostarsi in Brasile. È proprio qui che 20 milioni di tonnellate di soia percorrono 3.000 chilometri per essere imbarcate su navi che navigano per 20.000 chilometri e arrivare in Cina. 

In Brasile, le condizioni climatiche ideali consentono la produzione di soia sotto forma di monocoltura. Dalla fine del secolo scorso, purtroppo, il Brasile è vittima di pochi produttori potentissimi, coperti da elargizioni politiche, che hanno disboscato, incendiato e tagliato centinaia di migliaia di piante in foreste secolari, per far spazio a coltivazioni di soia, che attualmente raggiungono il 62% della produzione agricola totale del Brasile.

Tuttora assistiamo impotenti a incendi devastanti, tollerati dai governanti, complici di tanto scempio. 

Qui cinque aziende controllano il mercato della soia: Monsanto, Cargill, Bunge, Adm e Luis Dreyfus. Poco alla volta queste multinazionali hanno acquistato i terreni dei piccoli coltivatori a prezzi stracciati per creare i loro imperi. 

Si può guidare per oltre 200 chilometri affiancati solo da coltivazioni di soia estratta da piante bellissime e salutari, quasi finte. Qui i parassiti non si avvicinano: tutto è trattato meticolosamente a glifosato e mix di pesticidi affinati, anno dopo anno, dalle aziende che perpetuano l’integrazione verticale. 

Chi ha resistito al canto delle sirene delle corporation, e ha voluto tenere i propri campi, non può più produrre nulla: parassiti e ogni tipo di insetto che scappa dalle monocolture viene sospinto nei campi a produzione non convenzionale, distruggendo ogni cosa.

Mozambico. I contadini contro il mercato della soia  

Ma la terra è quasi tutta sfruttata e la domanda da parte di Cina ed est asiatico è sempre più pressante. Il Brasile non basta.

Così Enrico Parenti e Stefano Liberti proseguono il loro viaggio, arrivando in Mozambico.

Qui, con un’iniziativa di nome Pro-Savana, i politici del luogo hanno affittato quasi gratuitamente ai coltivatori brasiliani sei milioni di ettari di terreno. Tutto questo senza interpellare le comunità locali e indagando con futili motivi contadini che si opponevano all’esproprio dei loro terreni e creando scompiglio nella popolazione.

La sopraffazione è stata così efferata che gli attivisti di molti paesi si sono mossi tra le tribù autoctone, promuovendo la proteste e la resistenza. L’insurrezione popolare che è seguita è risultata talmente potente da far arretrare politici e coltivatori. 

Il programma è stato sospeso e ora la popolazione è più consapevole dei propri diritti.

E questa è la bella notizia con cui i due registi concludono la loro narrazione. Resta comunque l’amaro in bocca, ma accompagnato da tante riflessioni sulla reale necessità di consumare carne e dalla voglia di lottare ancora di più per i diritti dell’essere umano e del pianeta.

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